Studiando il mondo della canzone e dello spettacolo, mi ha sempre attratto un’epoca, anzi, non a caso, una belle èpoque: quella del cafè chantant o caffè concerto, tra Ottocento e Novecento, tra Parigi e Napoli. Mi affascinava l’idea che si facesse spettacolo (e spesso spettacolo di qualità, vera fucina di talenti specie in campo musicale) per un pubblico tranquillamente seduto ai tavolini, che anche bevendo e mangiando poteva godersi tenori e sciantose, macchiettisti e fini dicitori, danzatori e trasformisti, romanziste e ventriloqui, clowns e ipnotizzatori, contorsionisti e incantatrici di serpenti, mangiatori di fuoco e finanche donne lottatrici...

Che potessero convivere nello stesso momento due sfere a me care, entrambe passive voyeuristiche come è nella mia personale natura, ovvero la fruizione – così a portata di mano – di quella magia teatrale che uno spettacolo porta sempre con sé, e il pigro cazzeggio collettivo col sedere posato sulla sedia e un bicchiere posato sul tavolo, mi sembrava un’idea geniale.

Non ho vissuto quell’epoca, ma ho appena fatto in tempo, negli anni Settanta, ad assaggiare gli ultimi fuochi di quel nipotino del cafè chantant che è il cabaret, per esempio al leggendario Derby Club di Milano. Anche lì, un piccolo palco, degli artisti sopraffini a portata di mano, tanti tavolini, e prima o poi una pastasciutta fumante, compresa nel prezzo. Così ho visto lì Cochi e Renato, ma anche Piero Ciampi. Poi, un piccolo miracolo. A cavallo di altri due secoli il Novecento e il Duemila, proprio nella mia città, un oste che sembra un angelo mandato da Dio, sempre sorridente, sempre cordiale anche quando sicuramente avrà pure i cazzi suoi da tenere a bada, coadiuvato da un misterioso chitarrista basco dal nome troppo difficile, piombato chissà come alla periferia di Avesa a portare il messaggio della buona musica, mi presenta su un piatto d’argento il mio agognato cafè chantant cittadino, il mio sognato cabaret di fuori porta per il nuovo millennio, dove davvero poter sorbire in pace mousse di tonno e di jazz, di moscato e di folk, senza che nessuna cosa distrubi l’altra. Va bè, niente ventriloqui o contorsionisti, ma non si sa mai che un giorno arrivino anche quelli.

Eravamo tutti orfani del Posto di via Fincato, inutile nasconderlo, quando la Provvidenza ci ha messo su La Fontana. E tutto ha cominciato di nuovo a girare: non solo la possibilità degli spettacoli, della bella musica e della bella poesia, ma anche quella degli incontri, delle collaborazioni, degli incroci magari casuali, del ritrovarsi continuo, puntuale, infallibile, tra artisti o anche solo tra amici, tutti insieme a qui tavoli, tutti sotto quella tenda riscaldata da strani soffi tecnologici che lì dentro assumono anch’essi qualcosa di umano. “La vita, amico, è l’arte dell’incontro” è un verso di Vinicius De Moraes che il “mio” Club Tenco ha adottato come motto. Credo che possa valere anche per Francesco e la sua Fontana.

Enrico De Angelis