mercoledì 17 marzo 2010
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26 settembre 2000 Alla Fontana. La stagione delloca1e di Avesa inaugurata davanti ad un folto pubblico Struggenti note che toccano il cuore Hasur e Denissenkov, un delicato dialogo violino-fisarmonica Un inizio alla grande, con due virtuosi del violino e della fisarmonica che oltre alle loro abilità tecniche hanno immesso nei brani la loro anima, tutta la poesia della loroterra. Stiamo parlando ''deì concerto d'apertura delhi stagione alla Fontana di Avesa, con Janos Hasur, violinista ungherese poetico e a volte scanzonato, e Vladìmìr Denissenkov, magico strumentista che sa far compiere alla sua fisarmonica viaggi impensati, toccando emozioni profonde. Nella musica ascoltata - che va dall'Ucraina alla Bulgaria, fino al bacino dei Carpazi - hanno saputo mettere in rilievo, ora in duo ora in singole esecuzioni, la dolcezza, l'irruenza, la malinconia e la gioia dei pezzi tradizionali di quei popoli. Denissenkov ha eseguito alcuni brani come solista, tratti dal suo ultimo disco «Anastasia» e in quelle occasioni ha fatto davvero «suonare» la sua fisarmonica, tanto da renderla potente come un'orchestra. Ha trasformato i brani eseguiti in fiumi di note, che da una pienezza e irruenza iniziale sa'pevano assottigliarsì in r-ìvoll di cristallina dolcezza. n suo non è un virtuosismo incredibile di armonici fine a se stesso ma è una potenza musicaie che prende possesso dello strumento facendolo «cantare. al di là delle proprie potenzialità, in una incredibile gara con se stesso, fra abilità tecnica e sensibilità musicale (come in «Tzfgana», «Horovada»). Janos Hasur ha sfoderato le sue abilità tecniche ed interpretative, alternando una raffinata sensibilità lirica (come nel lamento per i musicisti morti, tratto dalla tradizione della Transilvania) ad una certa dose dì ironia. Insieme hanno formato un duo altamente ispirato, che ha toccato il cuore del folto pubblico soprattutto col brano klezmer «Frìren di mekhutonim aheym» (Signore della Misericordia», riscritto da Mani Ovadia, che appare nel suo lavoro «Holem-Golem»), trasformatosi nell'inno sacro (mentre nella tradizione era un brano profano), delle sinagoghe dell'Est europeo, in ricordo dell'Olocausto. «Un brano non scelto a caso, visto il clima che questa città sta vivendo», ha sottolineato Jancs Hasur. Nell'esecuzione mirabile dei due musicisti, il pezzo è diventato uno struggente lamento, in cui fisarmonica e violino si sono rincorsi in delicati filati, fino a raggiungere aperture melodiche di toccante lirisrno, in un abbraccio ecumenico che supera barriere e diversità.
mercoledì 17 marzo 2010
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7 giugno 2000 Alla Fontana. Numeroso pubblico al seguito della «Carovana» di Jamal Ouassini TI violino che incanta Felice sincretismo culturale arabo-andaluso La Carovana del Jamal Ouassini Quartet è tornata sulle rive dell'Adige, per offrire nuovamente antiche fragranze mediterranee al numeroso pubblico della Fontana di Avesa, attraverso i brani del suo progetto musicale, chiamato appunto Al Kafila, ovvero la Carovana, con il quale sta girando le città più importanti d'Italia. Come un novello pifferaìo magico, Jamal ha incantato i presenti con le note del suo violino, che hanno segnato il percorso della sua carovana di musicisti, formata da' Bouchaib al liuto, voce e percussioni, da Aziz Riani, raffinato interprete vocale e virtuoso percussìonìsta, insieme a Fauzi Tunsi, ancora alle percussioni. Jamal ha aperto il concerto con «Tawchia», un brano da una «Nuba Andalusa», espressione musicale di quel felice sineretismo culturale arabo-andaluso che si coneluse con la cacciata degli arabi dalle terre spagnole. «La nuba è una specie di lunga sinfonia», ha spiegato il musicista marocchino, «che può durare dalle tre alle otto ore, e che contiene anche brani cantati», Il viaggio musicale è poi proseguito attraverso la musica turca con «Samaì», in cui Jamal ha messo in luce tutte le sue doti interpretative che sanno valorizzare al meglio la tradizione mediterranea, alternando slanci melodici ad accelerazioni improvvise e iterate, che hanno coinvolto tutto il quartetto e anche il pubblico. Il gruppo ha scelto anche un brano «Awatef» di un compositore egiziano degli anni '30/40, Mohamad Abdel Wahas, che ha saputo mischiare elementì compositivi tradizionali con altri di generidiversi: la sua è dìventata una musica popolare, di divulgazione, che Jamal ha riletto con una buona dose di ironia. La parte centrale del concerto si è addentrata all' interno del Marocco con il brano «Haramìa», tipico delle feste popolari, che Jamal ha rìarrangìato in chiave più mocerna: riuscendo a mettere in rilievo gli aspetti pìù allegri con trasporto e sensibilità interpretativa. E' .seguito «Dar Biha», una specie di trance dance praticata dal gruppo Gnawa. La conclusione del concerto è stata affidata a una canzone algerina dedicata a Cheb Hasnì, un giovane compositore contestatore, ucciso tre anni fa. Il concerto del Jamal Ouassini Quartet ha concluso il suo percorso fra le dune delle regioni del Magreb, riportando alla Fontana il clima festoso delle riunioni serali attorno al fuoco, delle danze sinuose e vorticose, dei vocalizzi urlati alla luna, degli echi di storie lontane che molti di noi dovrebbero Imparare.
mercoledì 17 marzo 2010
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Il gigante e la bambina assieme nelle terre d'Irlanda Lui ha l'aspetto del Passatore; barba folta, capelli ricci, aspetto massiccio, ma sulla tastiera rivela l'anima di un bambino che si affaccia con stupore almondo. Antonio Breschi si è presentato Alla Fontana di Avesa accompagnato da Brid Ni Mhaoìleoin: capelli corti castani, che incorniciano un volto da adolescente, aperto al sorriso. La cantante irlandese, ha seguito Breschi nelle sue peregrinazioni musicali nella terra d'Irlanda, proponendo canzoni tradizionali in lingua gaelica, accompagnandosi con il «bodhran», Wl tamburo di pelle di capra suonato con un bastone. Ballate folk che la madre insegnò a Brid quand'era ancora piccola, storie d'amore e morte, una, in particolare, ricorda la vicenda di Giulietta e Rorneo. La musica irlandese, come ha chiaramente spiegato Breschi, ha molte sfaccettature, molte gradazioni. Nel patrimonio popolare si possono trovare semplici ballate e musica raffinata che, comunque, può essere compresa e fruita da tutti. Come nella canzone popolare proposto da Brid, che ha ben saputo modulare la propria voce da soprano leggero anche nei quarti di tono (una particolarità che faceva la Callas, tanto per capire) previsti dalla parti tura. Da questo canto Breschi al piano e Brid alla voce, hanno saputo trarre tutta la magia nascosta nelle note: e mentre si parlava del vento, nella tempestosa serata veronese, il vento si è fatto sentire anche nel locale, evocato come per incanto. In un attimo le distanze sono state annullate e - come avevamo già sottolineato nel concerto che Breschi tenne in febbraio - il pianista toscano ha fatto galoppare la propria anima musicale attraverso sentieri sono- . ri che si perdono nelle praterie del cielo e valicano. Antonio Breschi ha infatti confermato la sua rara capacità di catturare l'anima di un luogo (come nei brani «Buenos Aires» e «Al Kamar») e di un popolo e di trasporla in una partitura, trasformandola in note che si rincorrono sulla tastiera, con sonorità avvolgenti. Dai brani colti (come quello irlandese scritto da Breschi pensando agli stilemi ' della famosa cantata di Bach, che diventa «When Bach was an Irishman») alle polke, alle gighe, per il pianista e arrangiatore la musica è la radice dell'essere, è un modo di comunicare e di vivere al di là del tempo e dello spazio.
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Una Banditaliana con l'energia delle radici. E' quella che Riccardo Tesi ~ ha presentato nel precedente concerto alla Fontana, dove Francesco Avesani abbina l'arte delle note a quella della cucina. La formazione era composta da musicisti toscani: Ettore Bonafè, percussionista fiorentino, proveniente dal jazz e che ha approfondìto gli studi in India con la tabla e con la Caputo la batteria; Maurizio Carboni, «naturalizzato pistoiese partito da liscio per avvicinarsi al jazz, che ha dialogato in maniera incisiva con gli altri musicisti con la sua famiglia di sax. Con questa formazione Riccardo Tesi col suo organetto diatonico ha rivisitato il repertorio della musica tradizionale, con parecchi nuovi brani che saranno presto in un CD. Come “Pomodhoro”, pezzo strumentale dai sapori mediterranei immersi in atmosfere assolate jazz che si avvicina a «Tapsos», inno a una piccola isoletta della Sicilia, cantata da Carlo Muratori (che ha composto il testo) e musicata da Tesi, dove Claudio Carboni ha esposto tutta la magia del suo sax. Ma Banditaliana ha anche saputo mettere in risalto la propria vena ironica e un po' dissacratoria con canzoni come «Anita) dedicata alla storia di Anita e Garibaldi, e «Valentino)! una danza in onore de celeberrimo Rudi. Rlccardò Tesi è riuscito ad avvicinarsi alla musica popolare in maniera originalo, riuscendo ad immettere in essa gli stile-. mi dei generi da lui prediletti, come il jazz o la canzone d'autore. Come in «Justìn», una ballata De Andrè che racconta la storia di Justin Vali, il suo riscatto umano. Una rivisitazione tutta nuova quella di «Cantare maggio», dove i celebri versi «ben venga maggio .. .» con l'inno alla fertilità e a un buon raccolto vengono adornati di suoni nuovi, di vibrazioni moderne che sanno di antico, Banditaliana ha regalato al folto pubblico della Fontana un 'ora e mezzo di musica a 360 gradi, che spazia nella geografia delle note c che sa pescare nelle radici della nostra storia con uno sguardo al nuovo millennio.
mercoledì 17 marzo 2010
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22 febbraio 2000 La chitarra di Simone Guiducci nel raffinato progetto Gramelot Con grande raffmatezza, delicatezza, sottighezza, la capacità di creare e ricreare un affresco dai colori cangianti, quasi sempre sostenuto da tensione emotiva, da particolari dal potere evocativo, nostalgico. Ci pare questa la dote fondamentale di Simone Guiducci e del suo Gramelot Ensemble, in concerto alla Fontana di Avesa davanti a un pubblico non numeroso - anche nel jazz siamo tutti un po' esterofili - ma molto attento e ampiamente gratificato. Guiducci, torinese di nascita da tempo divenuto cittadino mantovano, è del resto uno dei giovani chitarristi più apprezzati a livello nazionale (basterebbe dire che ai suoi dischi hanno partecipato musicisti come Enrico Rava, Paolo Fresu, Gianni Coscia, per comprendere la considerazione di cui gode), e anche con quest'ultimo lavoro, «Cantador», che ha costituito l'asse portante del concerto veronese, si è confermato strumentista. compositore e organizzatore di suoni dotato, soprattutto, di spiccata sensibilità. Non siamo di fronte, con Simone, all'«eroe» della chitarra che si sollazza del proprio virtuosismo e si circonda di compiacenti sidemen. Il Gramelot Ensemble è sempre più un progetto che SI sviluppa, anche sul palcoscenico, collettivamente: se le collezioni sono tutte firmate da Guiducci i contributi di idee e di soluzioni interpretative portati dagli altri quattro musicisti sono fondamentali e necessari alla realizzazione di un album come «Cantador», Alla Fontana, praticamente alla pari con il leader (persino di più, in alcune occasioni) si sono divisi oneri ed onori Achille Succi (clarinetto e clarone), Fausto Beccalossi (fìsarrnonica), Salvatore Majore (contrabbasso, spesso suonato con l'archetto), Roberto Dani (batteria e percussioni). E una volta tanto, abbiamo avuto la netta sensazione di un ensernble in cui c'è un regista, un distributore di idee di partenza, appunto Guiducci, il cui grande pregioè quello di pensare in termini di collettiva attribuendo al resto de la squadra eque responsabilità. Simone presenta questa «Cantador» (com'era già per i disco d'esordio, «Gramelot» e per il successivo «Sciarivarì») come una raccolta etno-jazz senza una precisa collocaztone geografica di derivazione. Etnico, semmai, per le suggestioni che ai volta in volta possono evocare spazi mentali legati all'India (strutture sospese, iterative con piccole variazioni si pensi al raga, e perche no al flamenco, al Mediterraneo all'Africa (la percussività di «Aziza»), a ritmi di danza più affini alla nostra tradizione. E più che sulla distinta componente etnica e stilistie a (il passaggio più cameristico alle folk, magari), la forza ipnotica della musica Gramelot nasce dal contrasto: spesso il contrasto ritmico - melodico tra batteria/contrabbasso e fisarmonica/clarinetto, con il leader a fare da moderatore. Solo in qualche rarissimo momento (diciamo in qualche parte del brano «Al Saltafòs) abbiamo avvertito una minima dispersività, una mìnìma difficoltà ad agguantare la pista battuta dall'Ensemble, ritrovata peraltro nel catartico crescendo finale. Menzione particolare a «L'alba del bambino», delicatissima melodia che Guiducci ha scritto per suo figlio, una. sorta di ninna-nanna intensa emozionante senza rifugiarsi nel mellifiuo (con un ispirato solo, in questo caso, del contrabbassista Salvatore Majore).
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GIOVEDÌ 23 MARZO 2000 Raffinato concerto della giovane irlandese Grainne Hambly, figlia d'arte L'arpa celtica evoca incanti e magie Un concerto raffinato, lontano dall'entusiasmo chiassoso di un certo tipo di folk irlandese, è stato quello offerto alla Fontana di Avesa dalla giovane Grainne Harnbly, all'arpa celtica. Originaria di Mayo, un paese vicino a Belfast, Grainne è figlia d'arte: il padre era violinista e fin da piccola ha respirato aria musicale. Prima si è avvicinata alla musica suonando il «concertino» e poi si è avvicinata all'arpa celtica, lo strumento che ha affinato sotto la guida di Janet Harbison. Grazie al suono cristallino di questo strumento delicato ed antico il pubblico della Fontana è stato trasportato in atmosfere rarefatte. Il repertorio scelto dalla ventiquattrenne arpista si è basato su alcune composizioni del XVII secolo del noto compositore cieco O’Carolan; su alcune danze tipiche della tradizione irlandese, gighe e reels e su alcuni pezzi di compositori contemporanei, che tuttavia non si sono discostati, nella melodia, da quelli antichi. Brani di rara intensità quelli di O’Carolan, come quello dedicato a Eleanor Plukett, sua mecenate, e «Carolan Recept», una ricetta del compositore che risulta impreziosita dai sapori dalla musìca barocca ìtaliana. Fra veloci gighe in 6/8 e reels in 4/4 c'è anche una «Lamentation», quella di un insegnante che ha perso tutti i propri beni nel naufragio di una nave. Questi brani hanno messo in evidenza il talento di Grainne Hambly e la sua sensibilità interpretativa, come «Soft mìld mornìng», una composizione del XVII secolo in cui le corde vengono «pizzicate dalle unghie dell'arpista, come si faceva all'epoca. Intensi anche i brani di autori contemporanei come «Flyirig to the Fleadh» di Patrick Dowey e «A walk on Belfast di Janet Harbison, la «maestra» di Graìnne.
mercoledì 17 marzo 2010
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23 maggio 1999 Fontana. Suggestivo concerto sardo I Tenores di Bitti cantano la terra, i suoi ritmi segreti Canti che affondano le loro radici nella notte dei tempi, voci i cui suoni gutturali riecheggiano gli albori dell'umanità. E questa l'antica tradizione che i Tenores di Bitti ci hanno presentato l'altra sera alla Fontana di Avesa, nel locale di Francesco Avesani preso d'assalto dalla comunità dell'Associazione dei sardi di Verona e da molti appassionati e curiosi. I quattro cantanti - Tancredi Tucconi "contra" (ovvero baritono), Mario Pira "bassu" (basso), Piero Sanna e Daniele Cossellu "boche e mesu 'oche" (voce e mezza voce) hanno iniziato il loro concerto con 'S'amore è mama" la canzone che dà il nome al cd che hanno inciso nel 1996 per la Real WorId di Peter GabrieL A loro si sono interessati personaggi del calibro di Frank Zappa, Ornette Coleman, Lester Bowie. Il loro è un canto arcaico, che fa della voce l'unico strumento per comunicare, alla pari con la natura forte e violenta che li circonda in Barbagia. I loro canti pastorali nascono dalla necessità di parlare agli animali e alla terra agli ulivi piegati dal vento, ai boschi di querce, alle greggi, fedeli compagne. L'umanità che cantano è un'umanità primitiva, che crede nei valori essenziali ed eterni della vita: il lavoro, la famiglia, la religione. Nel loro repertorio non potevano mancare i canti religiosi per il Natale e la Settimana Santa, come «Anghelos cantade a su vìzu de Maria» (Angeli, cantate al Figlio di Mariai e "S'Isera vamentu" (La deposizione e le laudi a Maria, "Grobes” composta nel 1598 dal teologo e poeta di Bitti, Giovanni Protoarca. Nel loro canto si esprime la forza metaforica dei sentimenti, e il lato gioioso della vita, come nel "Ballo tondo", dove i quattro tenores danno il ritmo a centinaia di ballerini, che si muovono tutti in cerchio all'interno della piazza del paese. Nei loro concerti i Tenores di Bitti rivelano di essere il cuore pulsante di antichi riti, le gemme di antiche radici che non devono essere perdute.
mercoledì 17 marzo 2010
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6 aprile 2000 Il raffinatissimo Davis Coen si tuffa nella storia del blues Certo che quella faccia da angioletto biondo con gli occhi azzurri non si addice alla musica del diavolo, eppure il giovanissimo cantante e chitarrista Davis Coen (è nato nel 1976 in Connecticut) è un raffinatissimo interprete delle dodici misure, stimato da personaggi quali Eric Burdon e Richele Havens che lo hanno ospitato nelle loro formazioni. Con la recente esibizione alla Fontana di Avesa, dove è stato proposto da musicAcustica, ha concluso un breve giro italiano di concerti. Con una voce calda e affermativa, una buona tecnica fingerpicking e l'immancabile armonica, Coen nella sua esibizione spazia a 360 gradi nella storia del blues: dal gospel tradizionale. le cui origini si perdono nella notte della cultura afro-americana (Glory glory Alleluiah), fino ad una bella versione di uno dei blues più noti di Jimi Hendrix, "Red House". In mezzo c'è spazio per rievocare gli immancabili pezzi arcaici in cui si racconta un'esistenza emarginata legata a quella fase considdetta rurale di questo genere, e portata in giro per il Sud degli Stati Uniti di ottant'anni fa dai cantori neri muniti solo di voce e chitarra (è il caso di «Spoo-dee-o-dee brano dedicato al vino di pessima qualità delle bettole del delta del Mississippi), ma anche per Bessie Smith (Aint't nobody's buìsness ifI do), simbolo di quel blues vocale delle donne di colore degli anni Venti e legato a quella prima grande fase di esodo dei neri alla volta delle metropoli, Non potevano mancare in un simile repertorio alcuni classici come «Sweer home Chicago» di Robert Johnson o «Nobody knows you when you're down and out» e naturalmente alcuni pezzi dello stesso Coen, come la bellissima «Master pian blues (slow sinister blues). Pubblico piuttosto numeroso.
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23 maggio 1999 Fontana. Suggestivo concerto sardo I Tenores di Bitti cantano la terra, i suoi ritmi segreti Canti che affondano le loro radici nella notte dei tempi, voci i cui suoni gutturali riecheggiano gli albori dell'umanità. E questa l'antica tradizione che i Tenores di Bitti ci hanno presentato l'altra sera alla Fontana di Avesa, nel locale di Francesco Avesani preso d'assalto dalla comunità dell'Associazione dei sardi di Verona e da molti appassionati e curiosi. I quattro cantanti - Tancredi Tucconi "contra" (ovvero baritono), Mario Pira "bassu" (basso), Piero Sanna e Daniele Cossellu "boche e mesu 'oche" (voce e mezza voce) hanno iniziato il loro concerto con 'S'amore è mama" la canzone che dà il nome al cd che hanno inciso nel 1996 per la Real WorId di Peter GabrieL A loro si sono interessati personaggi del calibro di Frank Zappa, Ornette Coleman, Lester Bowie. Il loro è un canto arcaico, che fa della voce l'unico strumento per comunicare, alla pari con la natura forte e violenta che li circonda in Barbagia. I loro canti pastorali nascono dalla necessità di parlare agli animali e alla terra agli ulivi piegati dal vento, ai boschi di querce, alle greggi, fedeli compagne. L'umanità che cantano è un'umanità primitiva, che crede nei valori essenziali ed eterni della vita: il lavoro, la famiglia, la religione. Nel loro repertorio non potevano mancare i canti religiosi per il Natale e la Settimana Santa, come «Anghelos cantade a su vìzu de Maria» (Angeli, cantate al Figlio di Mariai e "S'Isera vamentu" (La deposizione e le laudi a Maria, "Grobes” composta nel 1598 dal teologo e poeta di Bitti, Giovanni Protoarca. Nel loro canto si esprime la forza metaforica dei sentimenti, e il lato gioioso della vita, come nel "Ballo tondo", dove i quattro tenores danno il ritmo a centinaia di ballerini, che si muovono tutti in cerchio all'interno della piazza del paese. Nei loro concerti i Tenores di Bitti rivelano di essere il cuore pulsante di antichi riti, le gemme di antiche radici che non devono essere perdute.
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4 aprile 1999 AIla Fontana: Cristallina ed eclettica la strumenti sta bretone Kristen Nogues arpista trasparente Piccolina, minuta come un Hobbit o un Tolkìen, "l'arpista bretone Kristen Nogues diventa Ia regina degli Elfi quando intona le melodie da lei composte all'arpa celtica: lo ha potuto l apprezzare il pubblico presente alla Fontana di Avesa, dopo aver gustato una deliziosa cena ispirata alla cucina tradizionale della Bretagna. La musica di Kristen Nogues sa di profondità cristalline perse in mezzo al mare; le sue note fluttuano come lunghe alghe sospite dalla corrente e dalla marea. Come nel brano «L'attente des Fammes», da lei composto come accompagnamento a un film muto del 28. L'Ispirazione le è venuta sulla scena in cui un gruppo di donne attende, sulla spiagga di un villaggio della costa bretone, il ritorno dei propri mariti, pescatori usciti di notte. È scoppiata una tempesta e loro, preoccupate, scrutano il mare livido e deserto. Kristen Nogues' ha, costruito il proprio bagaglio musicale partendo dalla tradizione celtica, che successivamente ha elaborato in maniera molto personale. Come si è potuto notare in «Marò Pontkalek», melodia suonata da vari artisti (come Alan Stlvell), che appartiene alla più antica tradizione celtica. Il brano è ispirato al funerale del Marchese di Pontkalek, eroe della lotta dei bretoni contro i francesi. Si narra che al suo funerale abbiano suonato .mille arpe: Kristen Nogues ha reinterpretato il brano seguendo il proprio stile che sa ricreare atmosfere nuove: i suoi diventano arpeggi della memoria, dove ogni nota è un filo rosso legato al mito e al rito. L'attitudine di curiosità creatrice, di eclettismo si nota in Kristen Nogues anche dal fatto che ha lavorato anche con importanti jazzisti, ed ha composto musiche originali. Sulla stessa onda si colloca il contrabbassista Salvatore Majore (anche lui impegnato in progetti dalle diverse sfaccettature) che ha dialogato con l'arpa, ed ha anche eseguito un delicato e struggente brano di sua composizione, «Maria». Nel dialogo musicale si è inserito Balen Lopez de Munain alla chitarra, con una danza: «Ekialdoko Ezpatadantza». I brani presen tati dalla Nogues hanno ispirazionì diverse: un suono di campane del suo villaggio, captato in lontananza, che lei ha poi catturato nella partitura di «Kleìer». O 'una nìnna-nanna, «Berceuse», ' dalla dolce melodia ma dal testo alquanto anomalo, in quanto la servetta che. deve accudire al bimbo farebbe di tutto, anche tirargli un sasso in testa, purdi farlo addormentare presto e poter andare alla festa del paese. Ovviamente Kr-lsten Nogues ha cambiato la musica, rendendola più «adatta» ad un testo così crudo. Ma la peculiarità deUa musica di Kristen Nogues rimane la leggerezza, la trasparenza, similera quella di un piccolo Elfo.
mercoledì 17 marzo 2010
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Folto pubblico e consensi per Maria Pia De Vito la «Fitzgerald di Napoli» Possiede la tecnica e un'estensione vocale che ricorda quella di Elia Fitzgerald. ma sotto questa scorza jazzata conserva un animo partenopeo: è Maria Pia De Vito la cantante che si è esibita alla Fontana di Avesa, con l'ottimo accompagnamento al piano di Glauco Venier. La cantante napoletana ha iniziato la serata con improvvisazioni «scat» mettendo subito in luce una tecnica raffìnata e un ampio registro vocale sul quale contare, mentre gioca va sulla scala del pentagramma con grande agilità. Ma poi si è lasciata trasportare anche dalla melodia nel delizioso blues di Bobby True (The meaning of the blues) che giocava sul colore blu e sul termine «blues», in un'atmosfera spleen. Dopo tale esordio, che ha rivelato la sua formazione attraverso l'interpretazione di alcuni standard, Maria Pia De Vito ha voluto proporre alcune sue composizioni ispirate al mondo napoletano, reinterpretato secondo la propria sensibilità e secondo una originale fusione fra due anime. «Il paradiso dei cacciatelll» è una deliziosa e singolare ninnananna con cui la madre addormenta il suo «cacciatiello» (il suo «cucciolo» d'uomo) con note che sgorgano fluenti e crisfalline dalla voce di Maria Pia. Nel corso della serata, Glauco Venier si è sempre dimostrato un valido supporto dialogando alla tastiera con le scorrerie vocali della cantante, ma si è anche rivelato come compositore ed interprete, con alcuni suoi brani come «Ricordati» e il sìmpatico «TI Paolone». La personalità solare e lunare della De Vito si è messa in luce soprattutto nelle proprie canzoni in dialetto sospese fra le furberie dei ragazzini nei vicoli dei «bassi» (come in «Scugnìzzeide» e in «Faccìlla il camorrista) e il rivestimento jazzato della melodia, che fornisce diversi colori e vibrazioni anche a brani storici come la famosa «Scalinatella» che assurge a lamento bohémien, senza luogo né tempo, dove il baluginare del mare rimane sullo sfondo. Conclusione del concerto, molto apprezzato dal numeroso pubblico, con un ritorno agli standard, questa volta di Thelomus Monk, con un bis doveroso quale “Round midnight”
mercoledì 17 marzo 2010
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22 gennaio 1999 Enrico Pieranunzi, il pianista che racconta storie aDa tastiera La qualità rara di saper «suonare» le vicende umane Possiede una qualità appartenente soltanto ai grandi musicisti, il pianista e compositore Enrico Pieranunzi, protagonista di una serata incantevole alla Fontana di Avesa, per la bellissima serie di appuntamenti che uniscono pentagramma e gastronomia. Dotato di un tocco magnifico, delicato e cristallino, il musicista romano nelle sue composizioni e nelle personali riprese di brani altrui ha sempre la prerogativa di un senso narrativo e descrittivo con cui affronta la tastiera. Le sue mani sembrano raccontare storie, vicende umane, tanto che molti dei brani ascoltati alla Fontana si presterebbero ottimamente quali colonne sonore, magari di un film francese. E non è un caso, infatti, che un brano scritto con Enrico Rava «Canzone per Nausicaa» (non compreso tra quelli eseguiti l'altra sera) sia stato scelto a commento ai un film d'autore, «Il cielo della luna», che tra non molto dovrebbe circolare almeno nelle sale d'essai. E non è un caso nemmeno che Pieranunzi, musicista colto e di chiara matrice classica - anche se il padre, chitarra di una jazz band, lo ha presto avvicinato al pop - dichiari altresì di avere sempre amato molto il blues, proprio perché s'identifica in un tipo di espressività narrativa, principalmente. Accanto a tale peculiarità/ davvero piuttosto rara - altri grandi pianisti e.compositori jazz sono più spesso bravissimi nel creare atmosfere, immagini spezzate o estemporanee - va detto anche di un mood; uno stato d'animo, prevalentemente segnato da una stemperata malinconia, da un intimismo paradossalmente estroverso, cioè non ripiegato su di sé. Un intimismo pacato, disteso, non autoindulgente né troppo cupo. Come se una gentile malinconia sia tutto sommato stato d'animo accettabile e fisiologico all'esistenza umana, e quindi non segnata da frenesie e/o dissonanti inquietudini alla Powell o alla Monk. Anche se pure loro tracce si trovano nella musica di Pieranunzi. Così come evidentemente si leggono tracce di Jarrett e di Bill Evans, e non solo in quell'ipnotico, rarefatto intro di «Very EarIy». Ed è lo stesso pianista romano a dirlo, è impossibile anche per un jazzista dimenticarsi di Bach, di Chopìn, di Scriabin. Ma, lo ripetIamo, ci pare che Enrico Pieranunzì distilli dalle sue mani un incanto che è tutto suo. Incanto che ci ha avvolto sin dall'iniziale «L'heure oblique», brano preso da «Sea worId», un disco di cinque anni fa ed esemplare di quello spirito e di quell'umore cui prima abbiamo accennato; la ballad è la struttura stilistica prediletta, allora, ed ecco la splendida «Don't Forget the Poet». quindi dissolta in un'improvvisazione conclusa con «My Funny Valentine». C'è un omaggio a Fats Waller «Jitterbug waltz», dove l'elegante romanticismo di Pieranunzi sembra assorbire anche il popolaresco» stride dei bordelli anni '30; «Persona» e «Je ne saìs quoi» sono ancora mirabili esempi crepuscolari da «Paristab Portraits»; «Narration du Large» scritta qualche mese fa, e la delicatissima, ma per nulla stucchevole ninna nanna - il titolo è un prestito dal poeta Saint-John "Perse, che Pieranunzi ama moltissimo che chiude e regala un senso di fanciullesco stupore.
mercoledì 17 marzo 2010
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2 luglio 2001 La Fontana. il chitarrista ha incantato con la sua personale lettura della tradizione celtica Tony McManus tra Scozia e Irlanda Sguardo diretto, loquace e simpatico come la maggior parte degli scozzesi, Tony McManus ha lo spirito e il look dell'antiaccademico: infatti ha imparato a suonare la chitarra da autodidatta, rifiutando una carriera al conservatorio. Ciò non gli ha impedito di diventare uno degli strumentisti più apprezzati del repertorio scoto-irlandese e, di sviluppare una forte personalita ìnterpretativa, che il pubblico della Fontana ha potuto apprezzare a pieno nel suo concerto come solista, che ha messo in luce colori e timbri particolari e una grande varietà di tecniche adottate. McManus ha trasportato il numeroso pubblico sulle Highlands scozzesi e sui fiordi irlandesi attraverso "reels" e "jigs" (le tipiche danze celtiche) che ha riarrangiato per chitarra scegliendo di alzare la tonalita e l'accordatura con il capotasto. Ne è risultata una rilettura originale, sospesa fra modernità e antiche reminiscenze di scale modali. Dal suo primo disco ha tratto i brani della tradizione scotoirlandese: fra questi non poteva mancare un "set tipo" della tradizione musicale scozzese (di solito eseguito dalla cornamusa) formato da una marcia, una "strathspey" e un "reel". Nella marcia "Hector the Hero" di James Scott Skinner si potevano quasi percepire i solenni echi degli zoccoli dei cavalli e il loro incedere cadenzato, seguiti dai ritmi vivaci e marcati delle due danze, spesso eseguite in coppia, che Tony Mc Manus ha interpretato con grande abilità tecnica, Entrambe le danze sono caratterizzate da un ritmo ostinato, con accenti in levare che ricardano i balzi dei ballerini, ma la Strathspey può essere considerata un reel più lento. Dopo i balzi delle danze l'atmosfera si è fatta più lenta sulle note di una lullaby delle Ebridi, una ninna-nanna evocativa, resa ancor più intensa per la ricchezza di armonici che McManus ha saputo far risaltare. Alla fine del concerto il chitarrista scozzese ha voluto abbandonare l'area celtica per spingersi sulle spiagge del jazz, approdando all'hard-bop con "Moanìn" di Bobby Timmons e alla mitica "What a wonderful world". Brani che hanno acceso l'entusiasmo dei presenti. I quali hanno richiesto il bis: Tony ha scelto un brano molto l'articolare "Desert Dance di Isaac Guillory, dove la sensazione di immobilità era trasferita a una serie di suoni stoppati, sordi, che si perdevano fra le dune. Un concerto dalle varie sfaccettature, quello di McManus che ha confermato la versatilità di questo chitarrista trentaseienne, dotato di grande sensibilità tecnica ed ironia.
mercoledì 17 marzo 2010
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16 giugno 2001 Sul palco anche Nussbaum, ricercato session man Il lirismo del bassista Steve Swallow affascina gli spettatori È iniziata la stagione delle stelle del jazz alla Fontana di Avesa con il concerto del trio di Steve Swallow, il primo bassista elettrico della storia del jazz. Il pubblico non si è lasciato sfuggire l'appuntamento ed è accorso numeroso nel locale di Avesa, dove non c'era una sedia libera. D'altronde la curiosità era giustificata: Steve Swallow si presentava accompagnato da Adam Nussbaum,ll batterista che fa parte del suo quintetto che ha inciso con lui numerosi cd e dal pianista siciliano Giovanni Mazzarino. I due americani hanno deliziato il pubblico con la fluidità del dialogo - non a caso Nussbaum è riconosciuto come uno dei più ricercati session men di questi anni - grazie anche al feeling ormai consolidato fra i due. Nel programma diviso in due set proposti dal trio, si sono alternati standard, composizioni originali, e ballad dove Steve Swallow ha potuto mettere in mostra il suo intenso lirismo, soprattutto nel brano dedicato al trombonista Jay Jay Johnson, dove ha sfoderato un gioco sottile di rarefatta bellezza, creando atmosfere lunari. Alcuni degli standard in scaletta (It could happen to you e «Sail away» di Tom Harrell) hanno messo in luce la sapiente tecnica che Swallow sa amministrare in modo da non uccidere sensibilità e ispirazione: infatti Steve riesce a coniugare una precisa conoscenza dello strumento ad una forte tensione emotiva, Nelle sue esecuzioni, con il corpo immobile, lasciando libere le mani di volare sulle corde del suo basso elettrico, riesce a costruire una spettacolare, affascinante e ispirata giostra di note che si muove libera e agile all'interno delle strutture. Il pregio rnaggiare delle sue composizioni (come ed esempio «Wrong together») sono la freschezza, l'originalità e l'ironia che le fanno risultare efficaci pur rimanendo profondamente radicate nella tradizione. Il pianista Giovanni Mazzarino si è trovato a «rincorrere» due grandi del jazz, sulla sua tastiera, in un concerto che ha proposto alcune pagine del jazz magistralmente interpretate da due grandi.
mercoledì 17 marzo 2010
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Nollaig Casey e Mc Glynn coppia di “mostri” irlandesi Due «mostri» della musica tradizionale irlandese, la violinista NoIlaig Caseye il chitarrirta Arty Mc Glynn hanno recentemente regalato al pubblico della Fontana una serata magica, dimostrando ii essere un duo sorretto da un'affinità e da un' intesa praticamente perfette. Arty Mc Glynn, grande chitarrista, dal ricco passato con collaborazioni prestigiose, ha voluto lasciare la ribalta alla moglie Nollaig e lui si è rìtagliato uno spazio da «accompagnatore». Un accompagnatore capace di scorribande sulle corde della chitarra e di virtuosismi che mettono in risalto le sue rafflnate doti di musicista, che un ascoltatore attento riesce a percepìre. Con qualche rammarico da parte di alcuni presenti la parte del leone o meglio della leonessa, l'ha fatta Nollaig Casey violinista sensibile, di grande temperamento e talento. Quasi tutti i set l'hanno vista protagonista. La sua famiglia, composta.da musicistl, ha forgiato NoIIaig spronandola a intraprendere gli studi al Conservatorio. Tale preparazione le ha fornito una scioltezza tecnica che, unita al suo grande temperamento, fanno di lei una violinista unica sulla scena della musica tradizionale irlandese. Lei è veramente la fata del «fiddle» (termine che in inglese si usa per definire il violino della tradizione popolare, contrapposto al «violin» che invece indica lo strumento classico) Noliaig ha lineameni eterei, ma racchiude in sé un animo focoso, che si scatena in appassionati set di «reels» (composti da lei stessa o tratti dai ricco repertorio della tradìzione) ricostruendo nel borgo di Avesa l'atmosfera dei pub irlandesi (mancavano solo i danzatori saltellanti). Alternate a reels e gigs anche alcune “slow àìr” che hanno stemperato l'atmosfera, «The Clergy Lamentatìon» racconta di un prete cattolico tradito e decapitato nel primo periodo dei '700 e sull'archetto della violinista è rivissuto il lamento di questo sacerdote. Nollaìg ha anche cantato alcune canzoni di cui una in gaelico, «Dun Na Sead» (The Fort of the Jewels), alla quale è particolarmente affezionata, perché gliela aveva insegnata il padre, recentemente scomparso. In questi brani la mano di Arty Mc Glynn ha sorretto vigile ed attenta i voli della moglie, con quel suo raffinato stile di flatpìckìng' che corrisponde a una trama finissima, a un ricco pizzo, sul quale si posano diversi gioielli musicali. Pubblico entusìasta e richiesta di bis, accordati di buon grado, con un brano composto da Nollaig dedicato al pianista Antonio Breschi, presente fra il pubblico. Nella sua programmazione artistica La Fontana ha proposto al pubblico i concerti di alcunl musicisti storici che hanno contribuito alla diffusione del rìnascimento della musica celtica: Il duo dei TìrNa-Noge Martin O'Connor, irlandesi, l'inglese John Renbourn, il bretone Gabrlel Yacoub; ora manca solo la Galizia, per completare il giro musicale nella nazone «panceltica ».
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